Recensione a “Islam. Che sta succedendo? Le rivolte arabe. La morte di Osama Bin Laden. L’esodo degli immigrati”

Nel dicembre 2011 è ricorso il primo anniversario dell’inizio della cosiddetta “primavera araba”, fenomeno per la cui comprensione risulta molto utile la lettura del libro del sociologo Massimo Introvigne, fondatore e direttore del Cesnur, il Centro Studi sulle Nuove Religioni, collaboratore, fra l’altro, dei corsi di formazione per il Critical Incidents Response Group dell’Fbi, il Federal Bureau of Investigation americano, e nel 2011 Rappresentante dell’Osce, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa con l’incarico della lotta al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza e discriminazione contro i cristiani e i fedeli di altre religioni.

L’opera, arricchita da un’appendice comprendente lo statuto dell’organizzazione palestinese Hamas, il testo delle Epistole ladenesi – il più importante scritto dottrinale di Osama Bin Laden (1957-2011) – e l’ultimo audiomessaggio dello stesso Bin Laden tradotto integralmente in italiano per la prima volta, si presta a essere divisa in tre parti.

Nella prima (capp. 1-5) vengono presentate la situazione del mondo islamico e le dinamiche generali che hanno portato alle rivolte.

La parte centrale (capp. 6-13) è, invece, dedicata alle specificità dei singoli Stati in rivolta.

Negli ultimi capitoli (capp. 14-16), infine, si analizzano le nuove condizioni del terrorismo di matrice islamica e i problemi, ma anche le prospettive, in tema di immigrazione.

Per quanto riguarda la situazione del mondo islamico Introvigne inizia la sua analisi prendendo atto di una condizione di fatto sintetizzabile nel seguente assunto: l’area islamica è caratterizzata da un sottosviluppo endemico causato dalla shari’a, la legge coranica.

Tale sottosviluppo è anche economico perché, come ben spiegato nel libro, solo per fare un esempio, l’applicazione della shari’a in tale ambito per decenni ha frenato lo sviluppo dei Paesi islamici per l’inadeguatezza dei loro sistemi commerciali a livello internazionale, comportando per essi un’arretratezza dalla quale ci vorranno decenni per risollevarsi (pp. 9-11).

Altro aspetto sul quale si sofferma Introvigne riguarda l’identità del musulmano. Può dirsi tale, infatti, soltanto chi crede nell’unico dio che ha in Maometto il suo profeta e nel Corano il suo libro sacro, adempie alla preghiera quotidiana, osserva il ramadan – periodo di digiuno annuale – e si astiene dal mangiare carne di maiale e bere alcolici (p. 14).

Per altro verso poi, va evidenziato che, sebbene almeno in Italia si tenda a classificare un miliardo e mezzo di musulmani semplicemente secondo la dicotomia moderato/terrorista, in realtà possiamo individuare almeno cinque macrocategorie d’islamici: progressisti, ultra-progressisti, fondamentalisti, ultra-fondamentalisti e conservatori (p. 17).

Gli ultra-progressisti si prodigano attivamente per l’affermazione delle idee della modernità rispetto alla stessa dottrina islamica, mentre i progressisti le accettano semplicemente ritenendole inevitabili. Queste due categorie sono comunque minoritarie.

I fondamentalisti, invece, non accettano la modernità e negano i diritti umani, contro i quali gli ultrafondamentalisti ritengono lecito il ricorso al terrorismo e alla violenza, in ciò differenziandosi dalla precedente categoria.

Infine, i conservatori non concordano con la visione occidentale – per esempio in tema di libertà religiosa, di dignità della donna o di poligamia – ma sono disposti al confronto e, pur se con i dovuti distinguo, rappresentano la maggioranza dei musulmani.

Va inoltre sfatato il mito secondo il quale le rivolte sono nate su Facebook: in realtà la loro genesi va individuata in una reazione più o meno spontanea alla crisi economica mondiale in Paesi già con forti tensioni economico-sociali.

È stato semmai il coordinamento della rivolta ad essere passato anche attraverso l’utilizzo dei social network, che sono certamente degli efficaci e veloci mezzi di comunicazione, normalmente tanto utili – se usati con misura e criterio – quanto inconcludenti – se dal social network non si passa poi all’azione vera e propria nella vita reale così come di fatto accaduto per le rivolte (p. 23).

A ogni modo, in questi Stati, nella fase postcoloniale, sia i Paesi occidentali sia l’Unione Sovietica favorirono l’ascesa di dittatori dalle idee nazionalistiche, laiche, spesso anche socialiste, in ogni caso generalmente slegati dalla tradizione islamica e sicuramente violenti e corrotti.

Oggi gran parte di questi dittatori hanno di fatto perso il potere o lo stanno perdendo e per il futuro si prospettano almeno quattro possibili scenari (p. 28).

Il primo: prendono il potere forze fondamentaliste con le tragiche e immaginabili conseguenze soprattutto per le minoranze cristiane già duramente perseguitate.

Il secondo: un vecchio dittatore nazionalista viene sostituito da uno nuovo con la conseguenza di rimandare di qualche tempo il problema.

Il terzo: vanno al potere dei tecnocrati, magari con esperienze nell’ambito di organismi internazionali, non interessati alla tradizione dei governati, ma soltanto agli aspetti economici.

Il quarto, il migliore e il più auspicabile: l’ascesa di leader radicati nella tradizione dei propri popoli e di orientamento conservatore.

Gli aspetti di ordine generale fin qui messi in rilievo vanno poi considerati rispetto alla storia e alla situazione dei singoli Stati, così come è possibile apprendere procedendo alla lettura dei capitoli centrali del libro.

Esistono infatti delle specificità: per esempio il peso politico dei Fratelli Musulmani in Egitto; le divisioni tribali che caratterizzano la Libia; e il ruolo geopolitico internazionale dell’isola del Bahrain. E ancora, è facilmente intuibile la differenza fra un dittatore ed un monarca – che tutto sommato potrebbe anche vantare una certa legittimità – oppure i diversi interessi che potrebbero riguardare un territorio ricco di risorse minerarie rispetto ad uno che ne è privo.

Giungendo infine agli ultimi capitoli, leggiamo delle conseguenze che i fatti arabi hanno in Occidente.

In primo luogo viene considerata la questione legata al terrorismo nella fase successiva alla morte di Osama Bin Laden e in particolare il ruolo di Al-Qa’ida, che negli ultimi anni ha subito delle sconfitte militari e finanziarie che l’hanno ridimensionata.

Al-Qa’ida, infatti, ha finora funzionato come un network, una rete, alla quale gruppi terroristici autonomi ed anche preesistenti si affiliavano ricevendo in cambio addestramento, coordinamento e mezzi. Oggi questo sistema potrebbe risultare meno efficace che in passato ma, seppure a fronte di una minore facilità nella realizzazione di attentati in grande stile, gruppi terroristici autonomi potrebbero comunque colpire ovunque, in maniera incontrollata e con maggiore difficoltà di previsione, oltre che con il supporto di quei Paesi dove presto potrebbero formarsi dei governi loro fiancheggiatori.

Altra conseguenza dell’attuale crisi intraislamica attiene, infine, al tema dell’immigrazione. Sul punto Introvigne precisa alcuni aspetti: innanzitutto le statistiche riguardanti l’immigrazione verso l’Europa presentano solitamente imprecisioni ed errori di calcolo, determinati dal mancato inserimento di alcuni fattori.

Basti pensare, per esempio, alle percentuali – non considerate – di immigrati risultanti dai ricongiungimenti familiari di persone nate in Europa da genitori immigrati, che tornano al proprio Paese di origine, sposano un connazionale e tornano in Europa con esso, andando peraltro a falsare anche le statistiche riferite al successo dei matrimoni misti (pp. 81-82).

Altro aspetto: non è vero, come qualcuno sostiene, che gli immigrati fanno i lavori che gli europei non vogliono fare: in realtà fanno i lavori che gli europei non vogliono fare per un salario troppo basso, mentre, per altro verso, la manodopera specializzata può essere una risorsa utile per l’Europa, ma è un vero e proprio salasso per i Paesi di provenienza degli immigrati, che in tal modo vengono privati di risorse umane indispensabili per il miglioramento delle condizioni di vita comuni (p. 82).

Ancora: l’integrazione è più facile a dirsi che a farsi, tanto che, in molti casi, laddove si interviene per favorire la deghettizzazione, questa piuttosto che giungere al risultato di far abitare immigrati e gente del posto nello stesso quartiere, finisce semplicemente per risolversi nel fatto che immigrati di varia provenienza vivano come vicini (p. 83).

Come orientarsi, dunque, in questo quadro? Introvigne richiama l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, che fissa tre principi: rispetto della dignità delle persone immigrate, salvaguardia dei diritti delle società di approdo, promozione di condizioni di vita adeguate nei Paesi di origine (p. 85).

Perché ci si possa adoperare in tal senso, però, è necessario innanzitutto fuggire le opposte tendenze, nel libro ben confutate, che per un verso portano a un rifiuto xenofobo (p. 87), per altro verso all’immigrazionismo a ogni costo (pp. 89-93).

Introvigne propone, infine, alcune soluzioni percorribili per concretizzare i principi sopra enunciati. Innanzitutto è necessario che le autorità pubbliche governino i flussi migratori; va poi riaffermata l’identità culturale europea, che è cristiana e che non può certamente trovare rispetto presso i musulmani fin quando si presenterà a essi come la civiltà debole dell’aborto e dei matrimoni omosessuali; infine – e in questo la Chiesa gioca un ruolo fondamentale – se la diversità di religione crea disgregazione sociale, la conversione può diventare un collante e un mezzo d’integrazione, e se ieri i missionari andavano in Africa a convertire i popoli, oggi gli africani vengono da noi rendendo logisticamente più semplice la missione (pp. 95-96).

Con queste proposte si conclude il libro: sta al lettore a vario titolo interessato rimboccarsi le maniche e dare il proprio contributo perché si possa cominciare a metterle in pratica.

BLB

Pubblicato su Cultura&Identità, anno IV, n. 15, gennaio-febbraio 2012