Recensione a “Non di pochi, ma di tanti. Riflessioni intorno alla Giustizia”

Il 21 settembre 2011 è stata aperta la fase diocesana del processo di beatificazione del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino (1952 – 1990), di Canicattì (Agrigento), magistrato ucciso dalla mafia, «martire della giustizia ed indirettamente della fede», come lo definì il Beato Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita pastorale in Sicilia nel maggio del 1993.

Per meglio conoscerne la figura risulta molto utile la lettura di due dei suoi rari interventi pubblici adesso riproposti nel testo edito dalla casa editrice nissena con l’introduzione del Dottor Salvatore Cardinale, Presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta e suo collega, il quale lo ricorda con queste parole: «da cattolico praticante, sapeva uniformare la sua condotta alle regole della fede in cui credeva, avendo trovato nella religione le necessarie risposte e i necessari stimoli a proseguire nel suo cammino di vita privata e professionale» (p. 13).

Ad arricchire il libro contribuisce una ricca appendice nella quale sono riportati una dichiarazione del giudice Paolo Borsellino (1940-1992) sulla morte del collega Livatino, l’intervento di don Giuseppe Livatino, Postulatore della causa di beatificazione, durante la sessione introduttiva del processo diocesano di beatificazione, un articolo del Dottor Giovanbattista Tona, Presidente della Giunta distrettuale dell’ANM di Caltanissetta, e i profili di tre associazioni impegnate nell’ambito della legalità e della memoria delle vittime della mafia.

Il primo intervento, tenuto il 7 aprile 1994 a Canicattì – su invito del Rotary Club locale – ed a distanza di quasi trent’anni ancora di grande attualità, tratta de Il ruolo del giudice in una società che cambia.

Livatino evidenzia subito come i due temi, “magistrato” e “società che cambia”, «[…] possono anche porsi in perfetta antitesi fra loro» (p. 19), precisando che il Magistrato dovrebbe limitarsi all’applicazione delle leggi vigenti nel momento contenzioso indipendentemente dall’eventuale cambiamento del costume nella società.

Soprattutto a partire dalla metà degli anni 1960, però, si è venuta sempre più delineando una diversa prospettiva «[…] che vuole, esaltando il potere di interpretazione della legge, tracciare un nuovo rapporto tra tale ruolo ed il divenire della società» (p. 20).

A fronte di queste nuove istanze diventa di particolare importanza il tema che l’autore sviluppa attraverso quattro tematiche.

La prima tematica riguarda «I rapporti tra il Magistrato ed il mondo dell’economia e del lavoro» (p. 22-28), rispetto alla quale Livatino rivendica al giudice il ruolo di «figura super partes» (p. 24), evidenziando come la giurisprudenza del lavoro sia spesso condizionata da «leggi che di per sé sono chiaramente alteratrici di un equilibrio nella posizione delle contro parti rispetto all’Organo Giudiziario» (p. 26) e dalle «difficoltà interpretative del linguaggio oscuro delle norme» (p. 27).

La seconda tematica fa riferimento, invece, a «I rapporti tra il Magistrato e la sfera del “politico”» (p. 28-33), questione sulla quale Livatino ammette la legittimità per il giudice di candidarsi ed assumere ruoli politici, pur esprimendo le proprie perplessità sui rapporti che potrebbero perdurare, almeno in apparenza, anche dopo la fine del proprio mandato. In particolare sottolinea come «il tema della politicizzazione dei giudici si inserisce a pieno titolo nel dibattito sui problemi della giustizia e nell’analisi del rinnovato rapporto tra il Magistrato ed il tessuto sociale nella cui trama egli si colloca» (p. 28) e come le perplessità siano ancora maggiori nel caso di adesione a «sette od associazioni  che, se non sono segrete, mantengono tuttavia il più stretto riserbo sui nomi degli aderenti ed avvolgono nelle nebbie di una indistinta filantropia le proprie finalità ed i propri obiettivi» (p. 30).

Alla seconda tematica appena trattata si collega poi la terza, circa «l’aspetto della c.d. “immagine esterna” del Magistrato» (pp. 34-36). Questa ulteriore riflessione parte dall’assunto che «il Giudice, oltre ad “essere” deve anche “apparire” indipendente, per significare che accanto ad un problema di sostanza, certo preminente, ve n’è un altro, ineliminabile, di forma» (p. 34), motivo per cui «il Giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato» (p. 36).

Chiarita l’esigenza di effettiva libertà del giudice dai condizionamenti del potere economico e politico e l’importanza della sua immagine, circa l’ultima tematica, su «il problema della responsabilità del Magistrato» (pp. 37-41), Livatino ritiene non percorribile la via del riconoscimento della responsabilità civile del giudice, in quanto questa andrebbe ad incidere sull’indipendenza del decidente e sulla sua serenità di giudizio.

Conclude infine questo primo intervento soffermandosi sulle esigenze di adeguamento del sistema giudiziario in una società nella quale «[…] è sempre più difficile sapere e far accettare i concetti di giusto ed ingiusto» (p. 41), precisando come la riforma deve essere «compito non di pochi Magistrati ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica» (p. 42).

Il secondo intervento invece, su Fede e Diritto, tenuto presso l’Istituto delle Suore Vocazioniste di Canicattì il 30 aprile 1986, riveste un particolare interesse perché pronunciato verso il termine di due anni particolarmente dolorosi e di prova per Livatino, che si sarebbero conclusi da lì a poco proprio con una scelta di fede più matura e consapevole. Inoltre va ancora segnalato che frutto di questo intervento fu un preliminare approfondito studio delle opere del giurista Piero Pajardi (1926-1994).

Livatino fa subito notare come «queste due realtà sono continuamente interdipendenti fra loro, sono continuamente in reciproco contatto, continuamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile» (p. 46).

Infatti già la Bibbia è permeata di concetti giuridici sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento; quest’ultimo, peraltro, nel perfezionarsi  «[…] non rinnega la fase precedente di sviluppo, anzi la considera come un piedistallo indefettibile della ulteriore fase evolutiva» (p. 55).

Ma l’importanza del diritto per la fede emerge anche osservando la stessa vita della Chiesa, che è regolata da norme giuridiche – quelle del diritto canonico – delle quali Livatino difende la legittimità a fronte di chi le mette in dubbio con l’intento di ripudiare la Chiesa come istituzione, per un verso dall’esterno rifacendosi a posizioni luterane, per altro verso dall’interno della Chiesa stessa, dove «[…] si va da una forma di ascetismo intellettuale, propria alla più parte dei cosiddetti cattolici del dissenso, che porta a contestare vari aspetti della vita individuale umana ed associata – e tra essi pure il fondamento razionale del diritto canonico – a concezioni spiritualistiche, che vorrebbero trasformare ogni annuncio religioso, e perciò anche il messaggio evangelico, in qualcosa di simile al rigore dei dervisci o alla negazione del mondo propria dei guru, opponendosi perciò a tutto ciò che attiene ad aspetti socialmente rilevanti, per giungere alfine sulla spiaggia estremistica dei così detti “cristiani rivoluzionari”, i quali interpretano l’insegnamento del Vangelo come una catapulta con la quale abbattere, per trasformarla profondamente, la società» (p. 58).

Ribaltando la prospettiva, Livatino continua la sua analisi guardando all’ordinamento italiano e, in questo, agli ambiti di rilevanza normativa del momento fideistico (cfr. pp. 66-72) e sottolineando come la prospettiva di fede permetta al giudice «[…] di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine» (p. 74).

Livatino passa, infine, ad analizzare i temi sensibili del rapporto tra fede e diritto, soffermandosi su alcuni di essi.

Focalizza la sua attenzione innanzitutto sul tema dell’insegnamento della religione a scuola chiedendosi polemicamente, in considerazione delle critiche esistenti sul punto, se «[…] esiste forse una libertà di primo grado assoluto, incondizionata per i cittadini che rifiutano ogni forma di religione e quella specificatamente cattolica; e un’altra libertà, di secondo grado (condizionata non dalla Costituzione ma dallo stato laico), per i cittadini che intendono praticare o quanto meno confrontarsi con la religione cattolica» (p. 77).

Si sofferma poi sul tema dell’eutanasia esprimendo la propria contrarietà e richiamando a sostegno dei propri enunciati non solo le «opinioni di coloro che parlano “dal di dentro” della Chiesa» (p. 79).

Rispetto alla fecondazione artificiale, invece, richiamando le indicazioni contenute nel rapporto del Consiglio d’Europa del 22 agosto 1981, sottolinea la necessità di «una verifica alla luce delle norme costituzionali e, per l’uomo di fede, un confronto con i propri principi etico-religiosi» (p. 81).

Infine, esprimendosi sul diritto all’obiezione di coscienza, in particolare rispetto all’aborto, individua il fondamento «che dà all’obiezione di coscienza il diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento» (p. 82).

A conclusione Livatino cerca anche di indicare una via per giungere alla sintesi tra fede e diritto, suggerendo il superamento di questo rapporto attraverso l’amore, per giungere laddove «[…] qualunque rapporto si risolve ed alla fine giustizia e carità combaciano» (p. 85).

Non soltanto un magistrato coraggioso, dunque, ma anche un esempio di fede, come emerge chiaramente dalla lettura di questi suoi due interventi, alla luce dei quali assume un senso più profondo anche quella domanda posta da Livatino ai suoi sicari prima di essere ucciso: “cosa vi ho fatto?”. Può sembrare banale se pronunciata da un uomo che certamente era cosciente dei rischi che correva svolgendo diligentemente – da par suo – il proprio lavoro, ma ad una riflessione più attenta riecheggiano invece le parole di Gesù ingiustamente percosso: “Se ho parlato male dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18, 23).

BLB

Pubblicato su Cultura&Identità, anno V, N.S., n. 0, 29 aprile 2013