Recensione a “Irrispettabili. Il consenso sociale alle mafie”

Quello delle mafie è un tema lungamente approfondito e dibattuto. In questo testo agile e scorrevole i due autori hanno voluto concentrare l’attenzione su un aspetto in particolare: il consenso del quale tali associazioni godono presso le realtà sociali nelle quali operano. Lo fanno da addetti ai lavori con una notevole esperienza nel campo della lotta alla criminalità organizzata.

Alfredo Mantovano, infatti, che ha redatto la prima e la terza parte del testo, è magistrato della Corte di Appello di Roma, è stato deputato nella XIII e XVI legislatura e senatore nella XV, inoltre dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011 ha ricoperto l’incarico di sottosegretario dell’Interno con delega alla pubblica sicurezza, al racket e alla presidenza della commissione sui programmi di protezione dei testimoni; Domenico Airoma, invece, autore della seconda parte, è procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Cosenza; è stato sostituto procuratore alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli – città presso il cui tribunale ha svolto anche l’attività di giudice alle indagini preliminari (GIP) – e, dal 2004, è stato incaricato dal Ministero della Giustizia, dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e dalla Commissione Europea di svolgere missioni in Europa Orientale e in Asia Centrale nell’ambito dei progetti di riforma dei sistemi giudiziari degli Stati di queste aree.

Nel libro, dedicato ad Antonio Manganelli – capo della polizia, fino alla sua morte avvenuta nel marzo del 2013 a 63 anni – e arricchito da un’appendice con l’elenco dei più pericolosi mafiosi latitanti catturati negli ultimi vent’anni (cfr. pp. 139-148), il fenomeno del consenso sociale alle mafie viene descritto secondo la tripartizione – che dà il titolo ai tre capitoli – anamnesi, diagnosi, terapia.

Nella prima parte Mantovano analizza il radicamento sociale della mafia attraverso la descrizione di come questa si atteggia in vari ambiti. Osserva, in particolare, le reazioni negative di molti concittadini alla notizia dell’arresto del boss della propria zona e le difficoltà dell’amministratore pubblico che decide di contrastare il sistema criminale: entrambi – il malavitoso e l’amministratore – hanno bisogno del consenso, infatti da un lato il boss «[…] non può vivere in paese in assenza di una comunità che lo copre, dall’altro il primo cittadino che prova a far cambiare rotta non riesce ad amministrare in assenza di una comunità che lo sostenga realmente» (p. 13).

Restando ancora sul tema degli arresti, di particolare gravità appare anche la solidarietà spesso espressa dal contesto sociale di riferimento del criminale nel momento del suo ingresso e della sua uscita dal carcere (cfr. p.17).

Tale benevolenza è conseguita e accresciuta da parte della criminalità organizzata attraverso azioni sostitutive rispetto a quelle dello Stato, con interventi solidaristici e di tutela di diritti e d’interessi leciti attraverso metodi illeciti (cfr. pp. 18-21) e di controllo dei fenomeni di microcriminalità e di punizione di comportamenti particolarmente eclatanti e disdicevoli (cfr. pp. 21-23).

Ma addirittura fin troppo spesso si assiste alla manifestazione di pubblico onore – resa non solo da parte di privati cittadini ma anche da parte delle autorità locali – in occasione, ad esempio, dei funerali di soggetti dal chiaro profilo criminale, circostanza che, fermo restando la pietà dovuta ai defunti, lascia – per dire il meno – perplessi di fronte a quello che evidentemente «[…] è un problema di sensibilità in senso lato culturale, e coinvolge tutti, a cominciare dalle autorità politiche del territorio» (p. 28); si tratta di un riconoscimento “istituzionale” che i mafiosi riescono spesso a ottenere con una sorprendente facilità anche in vita attraverso una rete di contatti politici, culturali e accademici che ne avvalorano la rispettabilità (cfr. pp. 28-32).

Facilità che si manifesta anche nell’utilizzo dei mass media, come è avvenuto in particolare, secondo la precisa descrizione che ne fa Mantovano nel libro, in occasione dell’attentato del 19 maggio 2012 davanti all’Istituto professionale Morvillo-Falcone di Brindisi, quando molti dei vertici storici della Sacra Corona Unita riuscirono a rilasciare interviste a quotidiani e telegiornali, anche nazionali, che concessero loro spazio e visibilità «[…] senza porsi il problema se l’insistenza a prendere le distanze e a presentarsi come “buoni”, in linea col trend degli ultimi anni, non corrisponda allo sforzo di avvicinamento della popolazione, a sua volta funzionale alla operatività della mafia di oggi» (p. 37).

A suscitare simpatia verso i mafiosi, però, contribuiscono anche determinate produzioni di cultura popolare, come le canzoni neomelodiche, un certo numero delle quali presenta dei testi apertamente elogiativi del fenomeno camorristico, tanto che in casi abbastanza significativi artisti e operatori del settore sono risultati contigui, quando non addirittura appartenenti, ad ambienti criminali (cfr. pp. 39-44).

Discorso analogo potrebbe farsi per determinate serie televisive che presentano positivamente la figura dei malavitosi, fenomeno rispetto al quale si precisa che «è certamente da escludere che simili impostazioni delle fiction siano volute per creare consenso sociale alle mafie, ma non guasterebbe da parte di registi, soggettisti e sceneggiatori una riflessione più accurata sulle modalità di rappresentazione, su dettagli e su sfumature» (p. 45).

Altri ambiti attraverso i quali le mafie cercano di curare il proprio radicamento sul territorio sono, infine, quello religioso, perché ciò che all’organizzazione criminale interessa «in evidente contrasto con qualsiasi criterio di verità e di coerenza di vita, è il legame fra la fede radicata e la zona nella quale il clan opera» (p. 54) e quello del calcio «[…] perché permette di acquisire il consenso meglio e in misura maggiore di quanto può accadere con qualsiasi altra disciplina sportiva» (p. 57).

Nella seconda parte, Airoma individua invece la natura e le cause del fenomeno mafioso e della sua esistenza simbiotica all’interno del tessuto sociale, evidenti se si guarda alle storie-simbolo di alcuni giovani, ragazzi e ragazze, che alla mafia sono già organici, aspirano in una qualche maniera a farne parte o, comunque, non avvertono la portata negativa di questa organizzazione (cfr. pp. 67-72).

Se questo è ciò che avviene, bisogna allora liberarsi dalla visione utopica che la mafia sia un corpo estraneo rispetto alla società nella quale opera, perché si tratterebbe di una «illusione ideologica che parte dalla cattiva descrizione del presente e del contesto nel quale viviamo» (p. 72), contesto nel quale non è solo il bisogno o la paura a creare il legame con la criminalità ma «a cercare l’aiuto della mafia sono persone appartenenti a categorie sempre più diversificate, e non sempre particolarmente disagiate» (p. 75), né è risultata fondata l’idea secondo la quale con il trionfo della modernità e la fine della cultura tradizionale sarebbe finita anche la mafia, tanto che «il tramonto della civiltà rurale, l’avvento della società industriale, la corrosione dei valori della famiglia e delle autorità sociali, lungi dal determinare la crisi del sistema mafioso, ne hanno invece favorito la impressionante e virulenta estensione» (p. 77).

Per altro verso non è possibile liquidare il fenomeno mafioso come legato a un determinato territorio, il Meridione d’Italia, quando una delle organizzazioni attualmente più importanti a livello internazionale è la mafia russa, nata con la connivenza dei dirigenti del partito comunista sovietico e arricchitasi e rinforzatasi nei primi anni 1990 durante i governi di Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin (1931-2007) (cfr. pp. 78-81).

Spiegare il crescente successo delle mafie passa allora dall’osservazione della crisi del modello sociale tradizionale cui sopra si è fatto riferimento: infatti la mafia «[…] ha sfruttato e continua a sfruttare proprio lo schema familistico per rispondere alla naturale domanda di protezione e di identità di uomini ridotti alla nudità sociale: di uomini, cioè, privati di quei naturali abiti sociali che famiglie più grandi – le comunità territoriali e di lavoro, le parrocchie, le istituzioni sociali e politiche – assicuravano loro» (p. 82).

Airoma afferma, dunque, che la mafia attecchisce presso quelle comunità ove, di fronte ai bisogni insoddisfatti da parte dello Stato, «[…] viene loro incontro una struttura – quella mafiosa – che si mostra in grado di provvedervi in modo totale, costante, apparentemente affidabile» (p. 89), anche se va notato che «se è vero che la mafia occupa i vuoti lasciati dalle comunità naturali e dalle istituzioni, è pur vero che per mettere radici c’è bisogno di un terreno; ed è questo terreno, cioè la società in sé, che va dissolvendosi» (p. 95).

In definitiva, per andare al fondo della questione mafiosa – ponendola all’interno della più ampia questione antropologica – e per una lotta più efficace è necessario interrogarsi anche su «[…] quanto ha inciso sulla diffusione del consenso alla mafia, e sul suo radicamento, un relativismo che ha corroso nelle fondamenta il discrimine fra ciò che giusto e ciò che ingiusto, e che ha spazzato via la grammatica della moralità delle azioni» (p. 97).

Fin qui la condizione di fatto delle mafie e delle società nelle quali si radica: nella terza parte, autore Mantovano, vengono infine proposti alcuni percorsi curativi, fra i quali il più importante è la sottrazione ai malavitosi dei beni provenienti dall’attività illecita.

Spiega infatti Mantovano che «oggi la frontiera più qualificante nel contrasto alla mafia coincide con la piena funzionalità del sistema di sequestro, di confisca e di destinazione dei beni accumulati dai mafiosi» (p. 103).

C’è però ancora tanto da fare per rendere più veloce ed efficiente il sistema delle assegnazioni dei beni, in quanto «se, nonostante la magistratura abbia disposto la confisca di una casa o di un terreno, questi continuano a essere abitati o coltivati dal criminale o da persone a lui vicine, vuol dire che quanto ha stabilito il giudice, cioè lo stato, non conta nulla» (p. 108).

Stesso discorso vale anche per la gestione di tali beni, e in particolare delle aziende, perché «[…] passare dalla gestione di un’impresa che, in mano a mafiosi, è sul mercato e occupa decine, se non centinaia, di persone, a una gestione effettuata attraverso l’amministratore nominato dal giudice che, se non chiude, comunque ridimensiona il fatturato e la capacità di competere significa dare ragione all’assioma secondo cui “la mafia procura il lavoro e lo Stato lo toglie”» (p. 110). E, ancora, a dover essere migliorato è il sistema di risarcimento previsto dal Fondo di Solidarietà Antiracket che «[…] va reso più omogeneo e più efficace» (p. 118), di concerto con l’associazionismo che, in questo ambito, quando opera in maniera autentica, dimostra che «[…] esistono fasce del corpo sociale che si organizzano per recuperare il consenso per sé e per le istituzioni, rischiando quotidianamente» (p. 125).

Accanto agli interventi istituzionali e a quelli delle associazioni specializzate vi deve però essere l’impegno di tutti: della Chiesa – nel libro richiamata ricordando il celebre discorso di Giovanni Paolo II (1978-2005) del 9 maggio 1993 nella Valle dei Templi ad Agrigento (cfr. p. 126) -; di quanti s’impegnano nell’organizzare attività sportive fornendo «la terapia di un sano agonismo, della fedeltà a regole fatte a misura d’uomo, della generosità a cui si viene sollecitati dall’esempio che si riceve» (p. 135), dei giovani che devono decidere «[…] di non delegare ad altri il proprio futuro, di costruirlo con gesti densi di significato, e di recitare la propria parte in prima persona» (p. 138). Certamente combattere contro la criminalità organizzata è un compito molto gravoso, anche perché spesso, come viene sottolineato alla fine del libro, «nella lotta alle mafie ci sono pochi giocatori e molti spettatori, e di questi troppi fanno il tifo per la squadra sbagliata» (p. 138), ma la vittoria è possibile se sempre più persone si decideranno a «[…] scendere in campo e a giocare dalla parte giusta» (p. 138).

Al lettore non resta allora che scegliere di dare il proprio contributo in questa importante “partita”.

BLB

Pubblicato su Cultura&Identità, anno VI, nuova serie, n. 4, 16 febbraio 2014