Il modello (comunista) cinese

Persecuzione politica e religiosa, repressione e torture, violazione dei diritti e delle libertà fondamentali. Si parla ancora di modello cinese in relazione alle misure per affrontare l’emergenza coronavirus, ma spesso si omette di dire che questa è la condizione nella quale vive ancora oggi il popolo cinese e che anche nell’attuale situazione non mancano certo le responsabilità da parte di chi ha cercato di nascondere le informazioni sul rischio pandemia, che stava sorgendo a Wuhan già almeno dagli ultimi mesi del 2019, dandone notizia solo quando il pericolo per il resto del mondo era andato ormai oltre il livello di guardia.

Ma nonostante tutto a passare da untori a salvatori del mondo sembra volerci un attimo. E allora il governo comunista cinese adesso si propone per fornire aiuti agli altri Stati, ma lo fa con modalità non sempre trasparenti.

Ne è un esempio il caso sollevato da Spectator USA con un articolo del 4 aprile 2020 relativamente ai dispositivi di protezione individuale venduti all’Italia proprio dalla Cina. Secondo la ricostruzione fatta dal giornale statunitense, infatti, almeno una parte dei presidi di sicurezza giunti in Italia dalla Cina, dietro pagamento, sarebbero gli stessi che proprio l’Italia aveva donato qualche mese fa alla Cina per sostenerla nel tentativo di contenere la pandemia.

Le “fregature” lungo la “via della seta” sono però riservate soltanto all’Italia. Ad altri Paesi non va certo meglio. Riferisce sempre lo Spectator USA che la Spagna, ad esempio, si è vista costretta a restituire al Paese asiatico cinquantamila kit di test rapido perché difettosi, mentre metà delle mascherine di protezione vendute all’Olanda si sono rivelate inadeguate in quanto non rispondenti agli standard di sicurezza.

Ci si guardi, dunque, bene oggi dal disdegnare o criticare ogni forma di aiuto e collaborazione adeguata, ma questo non ci faccia domani dimenticare il passato e non ci impedisca di richiamare tutti alle proprie responsabilità.

BLB