Prima i malati o prima l’economia?

«Stiamo salvando gli ottantenni obesi che fumano. È bene bilanciare gli interessi, chissà quanti danni economici comporterà il salvataggio di persone che sicuramente potrebbero morire entro due anni».

Non deve stupire questa affermazione del giornalista olandese Jort Kelder, espressa durante una trasmissione televisiva riferendosi ai malati di COVID-19 e poi in parte ritrattata in seguito alle polemiche suscitate.

Nella sua brutalità si tratta semplicemente di una logica considerazione che trova il suo humus culturale in una mentalità eutanasica e mortifera largamente diffusa in molti ambienti del mondo occidentale, difficile da estirpare fin quando non troverà nuova centralità la dignità della persona umana e la difesa della vita dal concepimento al suo termine naturale.

Una mentalità in fin dei conti non tanto dissimile da quella che in passato vide nascere ed affermarsi in Europa il nazionalsocialismo dei campi di sterminio e del programma Aktion T4, che attuava la soppressione di malati gravi, portatori di handicap mentali – e in alcuni casi anche fisici – e in genere di tutte le vite ritenute “indegne di essere vissute”.

Probabilmente anche allora, oltre a perseguire il delirante obiettivo della razza ariana, si cercava di mantenere un’economia solida e un sistema sanitario sostenibile. Ma a che prezzo?

BLB