Silvia Romano e gli altri rapiti

È lecito dubitare della preparazione dei volontari mandati ad operare in Africa e della predisposizione di adeguate precauzioni per garantirne, per quanto possibile, la sicurezza da parte di alcune ONG impegnate in progetti umanitari in quel continente, come in altre zone altrettanto pericolose.

Va bene interrogarsi su quale atteggiamento sia preferibile nel trattare con terroristi e  sequestratori.

Si può ritenere inopportuna e controproducente l’eccessiva mediatizzazione delle operazioni atte a liberare eventuali ostaggi.

Ci si può chiedere quali implicazioni derivino dalle suddette operazioni di liberazione di ostaggi nei rapporti internazionali tra Stati e negli equilibri geopolitici.

Chi ha competenze specifiche sarà in grado e potrà fornire risposte a questi quesiti.

Ciò che invece è assolutamente intollerabile è entrare nell’intimo del vissuto di chi, in questo caso una giovane donna, si è ritrovato a vivere per così lungo tempo un’esperienza tanto traumatica e per i più inimmaginabile.

Si facciano tutte le domande che si ritiene, ma non venga mai meno il rispetto per le persone e, anzi, ci si auguri che possano tornare liberi quanti ancora sono in mano a terroristi e sequestratori.

Speriamo che presto si possa dare il bentornato a casa, ad esempio, a padre Paolo Dall’Oglio, gesuita rapito in Siria nel 2013, a padre Pierluigi Maccalli, missionario rapito in Niger nel 2018, a Nicola Chiacchio, turista rapito in Mali nel 2019.

BLB