Il bello e il meno bello di Battiato

So che quando una persona muore si ha la tendenza ad esaltarne solo i tratti positivi mettendo in ombra tutto il resto, probabilmente è una forma di cortesia che facciamo agli altri sperando che un giorno ci venga ricambiata, anche se davanti alla morte la vera cortesia è sempre affidare l’anima del defunto al Signore.

A costo di risultare inopportuno, dunque, esco fuori dal coro e premetto che da Franco Battiato mi sento culturalmente lontano anni luce, che ho gradito davvero tanto alcune sue canzoni mentre altre mi sono piaciute molto meno (giudizio che vale ovviamente quel che vale provenendo da “uno del pubblico” senza particolari competenze musicali), che ci sono state nella sua vita anche delle parentesi sulle quali è meglio stendere un velo, ad esempio il breve periodo da assessore alla cultura della Regione Siciliana o certe uscite politiche a dire il meno infelici.

Ciò premesso ricordo tra le tante due sue canzoni che più di altre ho apprezzato, forse in un certo senso “amato”.

Sono due canzoni – come si usa dire – “impegnate”, e io solitamente preferisco le canzoni impegnate, anche quando non ne condivido magari la visione, rispetto ad esempio alle canzoni d’amore (in tal senso mi piace la prospettiva di un altro grande artista, Angelo Branduardi, che durante un concerto al quale ebbi il piacere di assistere, disse, vado a memoria ma il senso era questo: “ho scritto poche canzoni d’amore perché di solito quando sono innamorato ho altro da fare che scrivere canzoni”).

Sono due canzoni di quaranta, Bandiera bianca, e trenta, Povera patria, anni fa, non solo ancora attuali ma, soprattutto la prima, oserei quasi definirla profetica.

Grazie Franco Battiato per queste canzoni e anche per tante altre e tanto altro, buon viaggio, ti auguro di avere trovato il centro di gravità permanente.

BLB